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La maternità, non è (solo) una questione biologica

 


La maternità non è sempre un percorso lineare, programmato e semplice. Ci sono figli che arrivano in maniera inaspettata, c’è chi diventa genitore affrontando percorsi lunghi e complicati e poi, ci sono rapporti difficilissimi da spiegare, ma che sono spesso comunque profondi e responsabilizzanti come quelli all’interno delle famiglie allargate. Non esiste una sola “maternità”, quella idealizzata, quella che pretende che sia sempre tutto lineare, facile, prevedibile, spontaneo. Essere madri, non è (sempre) una questione biologica. Ne sa qualcosa Otto, lo scoiattolo protagonista di “Non sono tua madre” di Marianne Dubuc, pubblicato da Orecchio Acerbo nel 2017, con la traduzione di Paolo Cesari.

Otto, in una giornata come tante altre, esce dalla sua tana su un grande albero e si imbatte in una curiosa pallotta verde e spinosa. Lo scoiattolo, inizialmente, non se ne cura molto, ma dopo mezza giornata la palla, si schiude come un uovo. Che strana faccenda: nella palla c’è un minuscolo essere tondo, candido, peloso e con un buffo naso che guarda Otto ed esclama entusiasta: “MAMMA!”. Lo scoiattolo è sbigottito e precisa immediatamente “Ah no! No, no! NON SONO tua madre!”.



Quella strana creatura, non è e non vuole essere un problema per lo scoiattolo che lascia sul pianerottolo la palla e il suo inquilino. Otto pensa che, dopotutto, sicuramente da qualche parte ci sarà la madre del pelosino, che verrà a riprenderselo presto.  Passano le ore e arrivano la sera e il buio; lo scoiattolo non riesce ad essere così cinico: dopotutto il cosino nella palla è un cucciolo e tenerlo in casa solo per una notte non è un grosso stravolgimento. Il giorno dopo andranno in cerca della madre del “cosino” che oltre a “mamma” sa solo dire “Piu”.

L’indomani mattina l’ospite è già cresciuto parecchio, è raddoppiato e lo scoiattolo si adopera immediatamente per mettersi alla ricerca dei genitori di Piu, ma nessuno ne ha notizie, né ha la minima idea di cosa sia. Il tempo passa, Otto non rinuncia alla ricerca, continua a mettere in chiaro di non essere la madre del piccolo che, ogni giorno, cresce in maniera esponenziale, diventa grosso e ingombrante.

Col passare dei giorni, Otto, forse inconsapevolmente, inizia a prendersi a cuore il destino di Piu; gli raccomanda spesso di fare attenzione alla minaccia dell’aquila, gli fornisce cibo e riparo fino a quando non sarà sicuro di aver trovato i veri genitori. Il peloso, attende paziente e cerca di essere riconoscente: cucina un’ottima minestra, tiene la casa in ordine e la decora; ma questo non basta a donare un equilibrio a questa inaspettata convivenza.



Piu ormai è cresciuto così tanto da occupare l’intera tana e Otto è a disagio, è insofferente: “ma chi ha avuto l’idea di piazzare a casa mia una grossa palla pelosa? Me la passavo bene, io, prima!”. Lo scoiattolo è così preso dalla frustrazione, che non si accorge che mentre passeggia nervoso sui rami dell’albero, l’aquila si sta avvicinando pericolosamente. Nel momento in cui i pensieri si ammorbidiscono, i due grossi artigli del rapace stanno per agguantare la coda di Otto, ma improvvisamente ecco che arriva Piu coraggioso che prontamente spaventa l’aquila e la fa scappare.

Spaventato ma rincuorato, lo scoiattolo, invita il peloso a rientrare in casa. Da quel momento, con qualche accorgimento per rendere la tana più comoda, Otto e Piu iniziano a vivere insieme. La mamma non verrà mai ritrovata, ma in fondo, a loro andò bene così.

Il percorso per arrivare all’equilibrio e alla serenità per lo scoiattolo e il peloso, non è stato semplice. In mezzo ci sono stati conflitti interiori, rimorsi, necessità di riprendersi il proprio spazio e la propria vita, ma in fondo Otto non è cattivo: a modo suo e con diffidenza si è comunque preso cura di Piu; non l’ha abbandonato al suo destino e Piu, allo stesso modo, non ha lasciato che l’aquila prendesse Otto.

E’ davvero difficile spiegare a parole cosa si prova quando si vivono certi rapporti, ma io mi sono sentita come questo scoiattolo per molto tempo. La vita, ironicamente, prima che anche io diventassi madre a mia volta, mi ha risucchiata in uno strano vortice di eventi e anche a me, come a Otto, è capitato di ritrovarmi l’esistenza “occupata” da un Piu a cui ho detto spesso “non sono tua madre!”, ma di cui mi sono presa cura nonostante tutto. Anche il “mio pelosino” è cresciuto e a volte è diventato ingombrante. Siamo cresciuti insieme tra non poche difficoltà e momenti critici, ma nonostante tutto rimane un affetto difficile da spiegare. Non è solo senso di colpa o del dovere. E’ accettarsi e volersi bene anche quando “non sono tua madre!”.

 

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